Verifica delle notizie (fact-checking): una missione per pochi?


Il fact-checking ovvero la verifica delle notizie e delle loro fonti, può essere condotto da chiunque o dovremmo delegarlo esclusivamente ai professionisti dell'informazione? Alcune riflessioni (e provocazioni) su questo tema, più che mai attuale e tanto delicato quanto spinoso.


Dallo scorso 10 maggio partecipo ad una chat di gruppo (che qui chiamerò Elle) su Telegram dove ci occupiamo della cosiddetta controinformazione, ovvero condividiamo notizie, opinioni e iniziative alternative a quelle che vengono maggiormente diffuse e supportate dai media mainstream. Il pubblico solidale con questi media, direbbe che frequento un gruppo complottista i cui membri siamo un branco di complottisti, negazionisti, no-vax, ecc.

Recentemente proprio da Elle è scaturita la sequenza di un paio di eventi che mi ha indotto a riflettere sulla questione della verifica delle informazioni, dalle fonti ai contenuti. Cioè il fact-checking, per usare un termine oggi in voga specialmente presso i cosiddetti debunkers (coloro che si propongono di smascherare le fake news, anche dette bufale). Vi racconto brevemente come si sono svolti i fatti, alcune delle considerazioni che ne ho ricavato e, soprattutto, la stringente domanda che ne è conseguita.

Un “complottista” in crisi

Tutto è iniziato quando qualcuno ha postato sul gruppo il link a un articolo, apparso sul sito web israeliano Israel National News, dal titolo “Government admits that half of new Covid-19 cases in last month were fully vaccinated” (Il governo ammette che metà dei nuovi casi di Covid-19 nell’ultimo mese riguardano chi ha completato il ciclo vaccinale). Il riassunto (abstract) dell’articolo recita: “Nonostante i dati, il governo sta lanciando una campagna estesa per vaccinare tutti coloro che hanno più di 12 anni”.

Per un complottista (ma preferirei “complottaro”), negazionista (ma di cosa esattamente non è chiaro), no-vax (forse, dipende…) come il sottoscritto, questa notizia è davvero ghiotta, decisamente troppo ghiotta per non condividerla anche fuori dalla ristretta cerchia dei controinformazionisti. Così, senza neppure leggere il resto dell’articolo, penso bene di girarlo (su Whatsapp) a un mio carissimo amico, che complottista non lo è per nulla e di lavoro fa il giornalista. “Vediamo l’effetto che fa” mi dico compiaciuto.

Ecco la risposta del mio amico giornalista (che chiamerò S):

Quello che l’articolo non dice: La metà degli infettati di UN focolaio di COVID inerano minorenni non vaccinati; dell’altra metà, la metà erano adulti vaccinati (solo Pfizer). Quindi: circa un quarto dei contagiati era vaccinato. In ogni caso si tratta di stime (non sappiamo da quante settimane erano stati vaccinati). Considerazioni: la protezione del vaccino non è totale; non si sa ancora quanti vaccinati-contagiati si ammalano gravemente e devono essere ospedalizzati. Nota: “Israel national news” è un network di ultra ortodossi, quelli (per intenderci) che dicono che per proteggersi dal COVID bisogna studiare il Talmud.

Confesso che la sua risposta, ridimensionando drasticamente l’entità della mia scoperta, ha spento buona parte del mio entusiasmo iniziale e mi ha anche fatto sentire un po’ stupido. Poi ho iniziato a riflettere…

La questione più rilevante non è tanto la mia evidente superficialità nell’approcciarmi alla notizia. Certo: come minimo avrei dovuto leggerla tutta prima di trarne delle conclusioni e condividerla a mia volta, naturalmente avrei dovuto fare almeno qualche verifica cercando nel web altri articoli da altre fonti sugli stessi fatti. La questione, almeno per me, più rilevante è un’altra: per quanto io sia bravo a googlare (faccio l’informatico), le mie verifiche sarebbero state tanto accurate ed efficaci quanto quelle di S? In particolare, sarei stato capace di inquadrare la fonte come un network di fanatici fondamentalisti? Probabilmente no. Perché? Perché S, come giornalista, si è addestrato a maneggiare le notizie in anni di lavoro e, sempre per via del suo lavoro, magari conosceva già quella testata giornalistica e chi ci sta dietro; forse conosceva già la notizia; sicuramente ha a disposizione più strumenti di me per valutare le notizie (se poi questi strumenti li applichi fino in fondo sempre e comunque e in totale onestà, è un altro discorso).

Da questa prima considerazione deriva la seconda…

Il dio Google e la conoscenza

Molte persone sono convinte di potersi formare un’opinione corretta e approfondita su qualsiasi argomento e in qualsiasi campo dello scibile umano in totale autonomia, esclusivamente grazie al fai da te di qualche ricerca su Google. In alcuni casi, il googlare viene sostituito o integrato dalla lettura di uno o più libri, a volte auto pubblicati, di autori che possono includere sedicenti ricercatori indipendenti o ricercatori di confine o liberi pensatori. Il fenomeno dei tuttologi fai da te, che non è affatto nuovo, oggi molto più che in passato è favorito dall’immensa quantità di informazioni disponibili tramite Internet e dalla relativa facilità con cui queste possono essere reperite in poco tempo e con costi accessibili ai più.

Peccato che c’è una differenza sostanziale tra la collezione più o meno completa di informazioni più o meno verificate su un certo argomento, che è possibile raccogliere dentro e fuori dal web, e la reale conoscenza di quello stesso argomento. La conoscenza è qualcosa di più della somma di un certo numero di informazioni o, peggio, di soli dati (i componenti grezzi dell’informazione).

Dunque, cos’è questo “qualcosa” che fa la differenza? In primo luogo una consapevolezza che spazia dal dettaglio del singolo argomento alla globalità di un’intera disciplina attraverso tutti o gran parte dei suoi aspetti e sfumature, consentendo di contestualizzare correttamente ogni argomento, che verrà quindi considerato anche tenendo conto del posto che occupa all’interno di un sistema più ampio. In secondo luogo la ricchezza e complessità di interpretazioni e punti di vista che sono la sintesi di altre interpretazioni e altri punti di vista tratti dal confronto con altri conoscitori della materia. In terzo luogo l’esperienza che deriva dal fare, come anche dal semplice utilizzo sul campo delle nozioni di una medesima disciplina con una certa frequenza e continuità per un periodo di tempo sufficientemente lungo.

Come si può facilmente intuire, questo livello di comprensione, che io chiamo “conoscenza”, per il singolo individuo può abbracciare solo un insieme ristretto di discipline. E solitamente viene raggiunto da chi certe discipline le pratica e le familiarizza per motivi professionali.

D’altra parte, al di sotto di questo livello di comprensione, è facile cadere nella trappola dell’illusione della conoscenza che può derivare, come ho detto, semplicemente dall’aver collezionato un certo numero di informazioni e che, in quanto illusione, è ben peggiore e pericolosa della semplice ignoranza. Si tratta, infatti, di una falsa conoscenza, all’interno della quale è facile rintracciare una quantità die da cui facilmente possono originarsi ulteriori errori e scelte sbagliate potenzialmente in grado di interferire negativamente con le vite di chi ne è affetto ed eventualmente con quelle delle persone che ne vengono influenzate o ne subiscono le decisioni. Perché, la qualità della vita di ognuno di noi, dipende anche (o soprattutto) dalla bontà di alcune scelte nostre o di altri, e la bontà di ogni scelta dipende da ciò che si conosce (o non si conosce).

Da queste considerazioni è emersa una domanda piuttosto scomoda, che poi è anche il motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo: la verifica delle informazioni dovrebbe essere delegata esclusivamente ai professionisti dell’informazione o, eventualmente, a professionisti di altri ambiti comunque correlati alle informazioni da verificare?

Aiutami!

La risposta alla domanda di cui sopra, se possibile, vorrei trovarla anche grazie all’aiuto di te che stai leggendo. Ti invito quindi a dire la tua aggiungendo il tuo commento qui sotto. Prometto che ti risponderò il prima possibile.

Sarebbe bello estendere la trattazione di questo tema nei commenti con un dibattito costruttivo, aperto a tutti e utile per tutti. Forse, persino più utile di Google.


Autore: Andrea Barbagallo

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2 commenti su “Verifica delle notizie (fact-checking): una missione per pochi?”

  1. warrior_desigabri

    Ciao Andrea, grazie per questo articolo sincero sui dubbi che effettivamente possono affliggere chi veramente ricerca la verità e non chi dispensa la verità (ce ne sono tanti). Certamente io non sono uno di quelli che può permettersi di dispensare la verità , ma allo stesso tempo mi domando (come tu hai fatto) CHI? può permettersi di farlo? Forse potresti convenire con me che si potrebe al massimo creare una scala di priorità riguardo questo aspetto, ma la priorità avrà poi a che fare con la oggettività assoluta o rimarrà comunque limitata alla soggettività derivata dalla fonte? Quella fonte che ipoteticamente ha formato il nostro sentenziatore? E’ chiaro che se dobbiamo stabilire chi può essere più adatto a ripetere cioò che ha imparato studiando, ne viene che quello sarò proprio quello che quella cosa ha studiato…ma quello che è stato studiato corrisponde alla verità oggettiva? Non se ne esce più, ma volendo guardare indietro nel tempo, a come si sono evolute le teorie, i pensieri, le cività…veramente possiamo credere che ciò che si è imparato dai libri corrisponda alla verità assoluta veritas piuttosto che ad una ragione che (si presume onestamente) si è fatta TEMPORANEAMENTE valere sulle altre?

    Al tuo amico giornalista con tutto il rispetto possibile e anche (credo) con l’onestà intellettuale, si può sicuramente assegnare la qualità di conoscitore della verità “attuale”, ma non mi spingerei oltre. SOGGETTIVA RIMANE: del tempo, della società, di quello che si vuole… per questo non credo sia così indispensabile farsi dei problemi a riguardo che non siano riflessioni PERSONALI sulla propria personale onestà di pensiero e valutazione.

    1. Ciao warrior_desigabri,

      noterai che non ho mai usato la parola “verità” né tanto meno “verità oggettiva”. Ritengo che nessuna verità oggettiva sia nella disponibilità degli esseri umani ordinari che, nei casi migliori, devono accontentarsi di verità soggettive e relative con diversi gradi di correttezza, in un processo di continue rettifiche, aggiustamenti e miglioramenti. Ne consegue che, anche quando parlo di “conoscenza” e “verifica delle notizie”, il presupposto è che siano sempre perfettibili. Su questo mi pare che siamo d’accordo.

      Concordo anche sui limiti di una conoscenza che deriva unicamente dallo studio di libri o altre fonti: proprio questa è l’argomentazione principale del mio ragionamento. Infatti, nell’articolo affermo che la “vera conoscenza” (pur con i limiti che ho esposto sopra) è più di questo. A tal proposito, della parte in cui passo in rassegna i principali attributi di una vera conoscenza, ti rimando in particolare al punto relativo alla consapevolezza di diverse interpretazioni e punti di vista e a quello in cui parlo dell’esperienza.

      Grazie per il tuo contributo, che apprezzo, e per avermi dato l’occasione di esporre queste ulteriori precisazioni.

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