Osama Hamdan, Hamas: “La nostra è una lotta di liberazione dal colonialismo. Cosa sta facendo il mondo per fermare il genocidio?”

Spiegato semplice

A Istanbul, abbiamo parlato con Osama Hamdan, un importante leader di Hamas, durante una conferenza sulla Palestina. Molte persone da diversi paesi erano lì per sostenere i palestinesi. Hamdan ha spiegato che i governi spesso supportano Israele, mentre le persone comuni vogliono aiutare i palestinesi. Ha detto che la resistenza palestinese è forte e che vogliono un futuro libero per la Palestina. Anche se ci sono stati molti problemi e sofferenze, Hamdan crede che i palestinesi possano costruire un proprio stato. Un dottore palestinese ha parlato delle difficoltà che la gente affronta a causa della guerra e della mancanza di aiuti. La situazione è molto difficile, ma ci sono persone che cercano di aiutare.

Fine spiegato semplice.

Di Angela Lano. Hanno collaborato: Jinan e Mahmoud Hannoun, Falastin e Islam Dawoud, InfoPal

Istanbul

Abbiamo intervistato Osama Hamdan, responsabile delle Relazioni internazionali del Movimento di Resistenza islamica, Hamas, a Istanbul, nell’ambito dell’annuale Conferenza della “Coalizione globale a sostegno di Gerusalemme e della Palestina”, che si è svolta dal 25 al 27 aprile.

Alla Conferenza hanno partecipato diverse centinaia di persone – tra intellettuali, uomini d’affari, medici, avvocati, giornalisti, religiosi, attivisti – da numerosi Paesi arabi e islamici, impegnati nella causa palestinese.

Osama Hamdan, alto dirigente di Hamas, ci riceve in una sala stampa allestita in un Centro Congressi di Istanbul. Ci colpisce la sua affabilità, gentilezza e disponibilità.

E’ nato a Gaza, da una famiglia di profughi palestinesi, nativa dei Territori del ’48, attuale Stato coloniale israeliano.

Hamdan è stato rappresentante del Movimento di Resistenza islamica in Libano e in Iran. Attualmente è il responsabile per le Relazioni estere.

  • C’è una grande spaccatura tra governi e popolazioni occidentali nel supporto alla Palestina: i governi, in generale, sostengono Israele, mentre i popoli manifestano per i Palestinesi e per la fine dele del colonialismo sionista. Come vede il prossimo futuro?

“Le politiche internazionali sono governate dagli interessi, mentre i popoli sono rivolti alla dignità e all’etica, per questo sono punti i riferimento. Se il ruolo del popolo viene meno, abbiamo la dittatura…”

  • Che relazioni avete con i Paesi del BRICS+? In particolare con Brasile, Russia e Cina?

“Abbiamo relazioni chiare e aperte con tutto il mondo, basate sui reciproci interessi e i diritti del popolo palestinese, e della Resistenza all’occupazione coloniale sionista. Ne abbiamo che vanno avanti dagli anni ’90. Fino al ’93 aveva relazioni anche con gli USA e con vari Paesi europei. Poi, la situazione è cambiata. Ci sono Stati che non voglio avere rapporti con Hamas a causa di pressioni di altri governi. Con Brasile, Russia, Sudafrica, Brasile e, in generale, con gli altri Paesi deie con l’America Latina, sono molto buoni: sostengonoe la Resistenza palestinese. A dir il vero, anche quelli con i popoli europei; alcuni governi ci chiamano senza dichiararlo ufficialmente…”

  • E con l’Iran, altro Paese BRICS?

“Abbiamo in atto un progetto con i Paesi islamici. Con l’Iran abbiamo una buona relazione; ha sempre dato supporto ai Palestinesi e alla Resistenza, anche dal punto di vista militare. Qualsiasi aiuto che viene dato alla Resistenza è il benvenuto”.

  • Al-Aqsa Flood, un anno e mezzo dopo. Quali sono le vostre considerazioni?

“Dopo i fallimentari accordi di Oslo nessuno più credeva allo Stato palestinese; si parlava poco di Palestina, e solo nei termini di “conflitto”, invece che di occupazione, mentre Israele prendeva sempre più terra e portava avanti il suo progetto coloniale di insediamento… Tuttavia, con l’operazione Al-Aqsa Flood, tutto il mondo ha ricominciato a parlare di Palestina, di Stato palestinese, di diritti palestinesi, di occupazione sionista. L’operazione della Resistenza, nella sua semplicità, ha risvegliato il mondo e ha innescato un processo di de-costruzione delle menzogne, della propaganda israeliana, della sua falsa democrazia che non rispetta i diritti umani, dei bambini, delle donne… E’ scioccante ciò che succede a Gaza, ma aiuta a svelare e a far vedere la vera natura di Israele: uno Stato coloniale genocida che uccide, che vuole eliminare tutti i Palestinesi. Al-Aqsa Flood ha confermato che Israele è debole: nonostante la Resistenza non sia dotata delle stesse armi tecnologiche e avanzate di Israele, è riuscita a sconfiggere un potente esercito. E’ doloroso vedere il martirio di tanti bambini, di tante persone… E’ doloroso, ma non ci arrenderemo. Riusciremo a liberarci e a costruire lo Stato di Palestina, con dignità”.

  • Quali sono le possibilità per un nuovo cessate-il fuoco e un accordo di scambio dei prigionieri?

“Eravamo arrivati a un accordo di cessate-il fuoco, il 17 gennaio, ma Israele lo ha interrotto. Gli israeliani hanno detto agli intermediari che vogliono ripristinare l’accordo, ma Netanyahu non vuole accettare… Noi abbiamo ribadito la nostra disponibilità alla liberazione di tutti i prigionieri israeliani: cessate il fuoco, scambio dei prigionieri, apertura dei valichi. Sabato c’è stato un incontro al Cairo con nostri rappresentanti per mediare il ritorno all’accordo del 17 gennaio. Vogliamo fermare il genocidio e chiediamo il ritiro di Israele dai Territori del 1967, e che i Palestinesi decidano del loro futuro, senza interferenze esterne”.

  • Qual è la vostra visione per il futuro di Gaza e dellain generale?

“Il futuro di Gaza è legato a quello del resto della Palestina: un popolo libero con un governo libero. Gaza è un simbolo per tutti i Palestinesi. Qualsiasi accordo, da Oslo in poi, è stato un inganno. Hamas è un movimento di resistenza legato ai principi nazionali. La Resistenza è trasparente negli obiettivi, nei principi e nei diritti. I nostri obiettivi sono la liberazione di tutta la Palestina. Uno Stato non può essere costruito sotto occupazione, deve prima liberarsi, e se il popolo è debole, non può liberarsi dagli occupanti. Dunque, le nostre mete sono: 1) la liberazione del territorio palestinese dal colonialismo israeliano; 2) un governo che rappresenti la Palestina, attraverso libere elezioni; 3) la visione della causa nazionale: i Palestinesi non devono vedere la liberazione solo attraverso i morti e i feriti…, è molto più di questo. E’ una lotta di liberazione dal colonialismo, una lotta per la decolonizzazione della Palestina. Se ci sono persone che discordano, nel mondo, e che accetterebbero di vivere sotto occupazione, possono accogliere Israele nei propri territori”.

  • Qual è lo stato di salute della Resistenza gazawi?

“E’ ancora attiva e capace di continuare a combattere. La domanda importante da porre è: cosa sta facendo il mondo per fermare il genocidio? La Resistenza combatte per il popolo, ma il resto del mondo vuole solo osservare o vuole agire?”

29.04.2025

Istanbul-InfoPal.

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Di Angela Lano.

“La guerra israelo-statunitense contro la popolazione gazawi continuerà fino allo sterminio totale, perché chi governa Israele ha una mentalità genocida, e anche se venissero rilasciati tutti i prigionieri israeliani dalla Striscia di Gaza la situazione non cambierebbe”: il dott. Imad Talahma, neurochirurgo di Hebron/al-Khalil, in Cisgiordania, in questi giorni all’Expo-Med in Turchia, non ha dubbi sugli obiettivi e sull’esito del genocidio in corso.

  • La disumanizzazione dell’altro, del nemico, parte dell’ideologia coloniale, è pienamente applicata da Israele. Viene da chiedersi, a livello psicologico o neurologico, cosa scatta nel cervello dei colonizzatori...

“La società israeliana è formata da individui educati al razzismo sin da piccoli. Subiscono un lavaggio del cervello attraverso il quale viene inculcata l’avversione verso gli altri -Palestinesi, Arabi, ma anche Europei e chiunque non sia come loro -; viene ribadito continuamente che devono difendersi per non finire come gli ebrei europei durante il nazismo. Questa formattazione è supportata anche attraverso certe scritture ebraiche che danno il permesso di considerare gli altri esseri umani come animali – ricordiamoci delle varie dichiarazioni di politici israeliani che definiscono i gazawi “animali umani” o attraverso altri termini degradanti, disumanizzanti. E’ una psicopatia collettiva, sociale. Israele crede di essere stato scelto da Dio e che gli altri esseri umani, da colonizzare, siano i loro servi, poco più che bestie o subumani a cui si può fare di tutto, basti vedere cosa stanno facendo a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme… Tuttavia, sanno che i Palestinesi reagiscono, sono resistenti, non si lasciano sottomettere o manipolare, quindi sono ancora più feroci. Per questo vogliono annientarli”.

  • Dopo decenni di operazioni militari genocide e di pulizia etnica, si stanno diffondendo tra la popolazione palestinese patologie da stress post-traumatico. Ce ne vuole parlare?

“I disturbi post-traumatici sono diventati cronici, così come tante altre malattie fisiche e psico-fisiche che, in situazioni di calma, potrebbero essere curate. Ora è difficile per qualsiasi patologia: mancano risorse, e la gente – anche in Cisgiordania – è impoverita. Molti non riescono neanche ad arrivare in ospedale, a causa degli oltre 1200 check-point israeliani. Immaginiamo la situazione nella Striscia di Gaza devastata! La depressione si sta diffondendo dovunque. A Hebron sentiamo le esplosioni delle bombe lanciate su Gaza: tremano anche le nostre case. Sulla Cisgiordania si abbattono anche i missili che Israele lancia per intercettare quelli della resistenza dello Yemen.

“Ho curato persone di Gaza le cui famiglie sono state sterminate. Ricordo una donna gazawi che si trovava momentaneamente in Cisgiordania, quando è iniziata la guerra israeliana, il 7 ottobre. Non poteva tornare a casa e nel frattempo 17 membri della sua famiglia sono stati sterminati. Può immaginare come si sentisse quella madre, quella moglie…”.

  • Lei fa parte di comitati per gli aiuti umanitari a Gaza. Cosa riuscite a fare, in questa situazione drammatica?

“Abbiamo sempre mandato aiuti alla Striscia di Gaza dalla Cisgiordania. Gaza è vicina a Hebron e quando i valichi sono aperti, mandiamo alimenti. Facciamo raccolte alimentari e mandiamo camion. Il problema è che bisogna fare una lista dettagliata dei prodotti e degli imballaggi e aspettare che il sistema governativo israeliano autorizzi il transito. Tuttavia, ci sono ostacoli, tra cui anche la presenza di coloni ai confini con la Striscia, che bloccano i camion umanitari. Per questo, su 100 container, ne arrivano 5-6 e con costi altissimi. Anche la Cisgiordania, da ottobre del 2023, vive una situazione economica tragica, con i lavoratori che non riescono a recarsi nei posti di lavoro a causa di blocchi, assedi e check-point; i dipendenti pubblici ricevono stipendi ridotti della metà, perché Israele, che trattiene le tasse palestinesi da sempre, non le ripassa all’Autorità nazionale palestinese, come dovrebbe… e così mancano le risorse per tutto. Dunque, la popolazione si è impoverita, gli ospedali hanno pochi fondi per pagare i dipendenti, i pazienti non hanno soldi per curarsi (tanti, da me, vengono gratuitamente), e molti studenti non possono più permettersi di andare all’Università. La distruzione è grande, in Cisgiordania, soprattutto vicino alle colonie israeliane. Come vediamo dalla cronaca quotidiana, Israele sta devastando tutti i campi profughi, con sfollamenti di massa, demolizioni e bombardamenti. Ma nella Striscia di Gaza la situazione è impressionante, ancora più infernale… Ci chiediamo come facciano anche solo a respirare, a sopravvivere a tanto orrore…

26.04.2025

Fonte: https://www.infopal.it/tra-genocidio-pulizia-etnica-e-psicopatia-collettiva-la-disumanizzazione-delle-vittime-e-i-disturbi-post-traumatici-lintervista-a-un-neurochirurgo-palestinese/

Fonte: comedonchisciotte.org

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