Secondo uno studio, una sostanza contenuta nei vaccini mRNA può “accelerare tumori e metastasi”

Spiegato semplice

C’è stato un problema molto grande, chiamato Covid, che ha fatto sì che gli scienziati dovessero fare in fretta per creare medicine che aiutassero le persone a non ammalarsi gravemente. Per fare questo, hanno messo una sostanza speciale neiche aiuta a proteggere un messaggino (chiamato RNA messaggero) che dice al corpo come difendersi dal virus. Ma alcuni scienziati hanno scoperto che questa sostanza potrebbe causare problemi, come non far funzionare bene il sistema di difesa del corpo e, in alcune persone che già hanno un tipo di malattia chiamata cancro, potrebbe farla peggiorare.

Questi scienziati dicono che dobbiamo studiare di più questa sostanza per essere sicuri che non faccia male, soprattutto perché è stata usata in molti vaccini contro il Covid. Dicono anche che forse non è una buona idea continuare a usare questa sostanza nei vaccini finché non siamo sicuri che non causi altri problemi di salute. Un dottore ha detto che è importante capire meglio questi problemi e che ci sono ancora molte cose da imparare su come questi vaccini funzionano e su cosa possono fare nel nostro corpo.

Fine spiegato semplice.

Da una parte c’era l’emergenza Covid, l’esigenza di produrre rapidamente farmaci capaci di prevenire il ricovero e la necessità di inserire una sostanza che proteggesse l’RNA messaggero rendendolo riconoscibile per il nostro organismo. Dall’altra, il fatto che aggiungere tale sostanza potrebbe sopprimere alcune risposte immunitarie e potenzialmente «stimolare la crescita e la metastasi» di alcuni tipi di cancro già presenti nel ricevente, oltre al fatto che «prove crescenti» indicano che tali prodotti non inducono «un’immunità sterilizzante» lasciando le persone «vulnerabili ad infezioni ricorrenti»: è quanto emerge da una nuova analisi della letteratura già sottoposta a revisione paritaria che verrà inserita nel primo volume di maggio dell’International Journal of Biological Macromolecules. Secondo gli autori, una sostanza utilizzata all’interno dei vaccini ad mRNA – tra cui anche in quelli anti-Covid – potrebbe predisporre alcuni pazienti alla progressione dele persino portare a scenari dove i rischi superano i benefici. Per questo, secondo i ricercatori, sarebbe «urgente condurre ulteriori ricerche sperimentali» ed evitare «studi clinici che utilizzino vaccini modificati al 100%» con tale sostanza.

La sostanza in questione si chiama N1-meti-pseudouridina (m1Ψ), ovvero un composto capace di impedire che l’organismo lo identifichi come “esterno” e che lo degradi attraverso gli enzimi. Come descritto dai ricercatori infatti, la pseudouridina a è un’alterazione dell’RNA ampiamente conosciuta che può essere utilizzata per sostituire l’uridina – il nucleoside dell’uracile che costituisce uno dei “tasselli” che compongono l’RNA – evitando la degradazione della nucleasi e inducendo un’immunogenicità naturale paragonabile a quella a quella sperimentata durante l’infezione. È stato infatti dimostrato che utilizzare m1Ψ «aumenta la stabilità dell’RNA», lo aiuta ad «evitare leinnate» e migliora inoltre l’efficienza traslazionale riducendo «la citotossicità dell’mRNA modificato somministrato per via intramuscolare o attraverso la pelle».

Tuttavia, secondo l’analisi – la quale attualmente è disponibile solamente in preview online ma che la redazione de L’Indipendente ha potuto leggere e analizzare in forma completa – evitare il rilevamento immunitario dell’mRNA aggiungendo la pseudouridina «potrebbe indurre una soppressione immunitaria che potrebbe favorire la riattivazione di infezioni batteriche, virali o fungine quiescienti», oltre che a «consentire la moltiplicazione sfrenata delle cellule tumorali». «Gli ideatori dei vaccini a mRNA contro SARS-CoV-2 hanno enfatizzato solo gli aspetti positivi legati all’aggiunta di m1Ψ», aggiungono gli autori, spiegando che i vaccini modificati con pseudouridina hanno suscitato un’attivazione di citochine prodotte da cellule dendritiche inferiore rispetto ai prodotti non modificati con tale composto. In particolare, è stato rilevato che maggiore era la percentuale di modifica con m1Ψ, minore era la produzione di alcune classi di interferoni di tipo I (IFN-I), ovvero una particolare classe di proteine con funzioni immunitarie e regolatorie. Inoltre, secondo l’analisi esistono ricerche che forniscono «prove indirette che dimostrano che i vaccini con l’mRNA modificato compromettono la sintesi di IFN-I e influenzano negativamente la sopravvivenza nel modello» di un particolare tipo di melanoma.

Per quanto riguarda nello specifico i vaccini anti-Covid invece, anche se l’assunzione di tali prodotti ha indotto «immunità cellulare e umorale» contro il virus, in alcuni casi questa «è diminuita» a sei mesi riducendo al contempo alcuni livelli di interferoni di tipo I, «promuovendo così la crescita e le metastasi del cancro». I prodotti modificati con m1Ψ poi, risulterebbero «un’arma a doppio taglio» perché, mentre prevengono la degradazione dell’mRNA e la sintesi della proteina spike, pongono una «sfida maggiore» al ilnel preparare «un’adeguata azione antitumorale». Infine, a tutto questo va inoltre aggiunto il fatto che la traduzione dell’mRNA potrebbe risultare imperfetta e portare alla sintesi di proteine diverse dalla spike, la quale in tutti i casi potrebbe essere prodotta per un tempo più lungo rispetto a quanto previsto (fino a 187 giorni).

Gli autori hanno concluso evidenziando che in alcune ricerche è stato riscontrato che l’aggiunta della pseudoridina al 100% «ha stimolato la crescita e ladel cancro», fenomeno quindi tutt’altro che impossibile e che porta all’esigenza di effettuare «ulteriori ricerche sperimentali per confermare questi risultati in altri modelli di cancro» rispetto a quelli già osservati. Inoltre, i ricercatori hanno scritto che, «fino a quando non sarà dimostrato che i vaccini mRNA non promuovono lo sviluppo del cancro, non dovrebbero essere condotti studi clinici che utilizzino vaccini mRNA modificati al 100% con m1Ψ», ovvero modificati in maniera simile ai vaccini anti-Covid. Infine, le inoculazioni dopo la terza dose risultano caratterizzate da un «rischio che supera i benefici, soprattutto per gli anziani e i soggetti immunocompromessi, per cui le autorità sanitarie dovrebbero rivalutare la reale utilità di continuare a somministrare richiami».

L’Indipendente ha chiesto inoltre un commento a Giovanni Frajese – endocrinologo e professore presso l’Università del Foro Italico di Roma – il quale ha letto integralmente il documento e ha dichiarato: «Si tratta di una ricerca molto importante che ci mostra quanto poco siano stati studiati questi prodotti. Viene trattato in particolare l’uso della pseudouridina che, nonostante abbia fruttato il premio Nobel a coloro che l’hanno trattata, dall’altra crea problemi che solo adesso si iniziano a comprendere, tra cui la persistenza della spike nell’organismo e la perdita di efficacia dell’interferone, fondamentale per le patologie tumorali. Tutto ciò mi ricorda quando 3 anni fa al Senato lanciai l’allarme sull’assenza di test su genotossicità e cancerogenicità e adesso si vede che esistono delle possibili interazioni. Nell’articolo c’è inoltre la richiesta di non usare basi modificate al 100% in futuro come invece è stato fatto per quelli che sono stati inoculati fino ad adesso. Si rimane sbigottiti sia davanti a questa raccomandazione, sia al fatto di non menzionare chiaramente e direttamente che questa sostanza è stata iniettata a miliardi di persone. Emerge un quadro che fa stare tutt’altro che tranquilli».

[di Roberto Demaio]

Fonte: lindipendente.online

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