Susanna Tamaro: «L’ansia green non salverà il pianeta»

Spiegato semplice

L’autrice Susanna Tamaro parla di come gli esseri umani devono prendersi cura della Terra invece di danneggiarla. Negli anni, ha notato che il clima sta cambiando e che questo crea problemi per gli animali e le piante. Molte persone sono spaventate da questo cambiamento e si sentono in colpa per l’inquinamento, ma l’autrice pensa che non sia giusto dare tutta la responsabilità a ogni singola persona. Propone di usare la scienza e la tecnologia per trovare soluzioni ai problemi ambientali, come costruire impianti per purificare l’acqua e coltivare piante che crescono in condizioni difficili. Infine, sottolinea che tutti gli esseri viventi sono connessi e che dobbiamo ascoltare e rispettare la natura per proteggerla.

Fine spiegato semplice.

di
Susanna Tamaro

«Ci siamo convinti di essere i parassiti della Terra, il grande passo da fare sarà quello di comprendere che ne siamo i custodi»

Primavera silenziosa di Rachel Carson è stato uno dei libri che mi ha più formato e negli anni Ottanta ho lavorato in televisione come divulgatrice scientifica mettendo a frutto la mia grande passione per gli animali. Posso affermare dunque di essere sempre in prima linea nella difesa della natura. Proprio per questo, non ho potuto, e non posso, non interrogarmi sul mutamento di rapporto che sta avvenendo tra gli umani e tutto il resto del vivente. Se cinquant’anni fa la preoccupazione per la salvaguardia dell’ambiente era patrimonio, tutto sommato, di una minoranza di appassionati ora, con la tempesta perfetta del cambiamento climatico, coinvolge la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra.

In realtà già negli anni Ottanta avevo iniziato a notare dei segni inquietanti. Non c’era documentario che non terminasse con un segnale di allarme: chi non ricorda il povero orso bianco alla deriva su una lastra di ghiaccio? E, oltre all’allarme, c’era anche un continuo insistere sul lato predatorio degli animali: la vittoria è dei più forti, veniva ripetuto, mentre un leone sbranava una gazzella ancora palpitante. Certo, la legge di Madre Natura è mors tua, vita mea, e questo riguarda implacabilmente anche la nostra specie. Ma, mi chiedevo già allora, perché tanto insistita monotonia? Non ci sono forse una quantità di cose positive e stupefacenti da raccontare intorno al vivente? 

È indubitabile che la nascita della civiltà industriale sia stata segnata dall’irrompere nella natura di nuove sostanze chimiche che hanno avvelenato l’aria, le acque e il suolo, provocando grandissimi danni all’ambiente e agli animali, ma è la prima volta che un evento legato alla complessità del cosmo si trasformi, grazie ai media, in un’imminente apocalisse ansiogena. I dati del Censis del 2024 ci raccontano di una crescita esponenziale di consumo di ansiolitici, consumo scatenato soprattutto dal timore per il cambiamento climatico. È nella natura dell’uomo temere l’ingovernabilità di ciò che accade in cielo, e questo timore coincide con la nascita dell’agricoltura perché il coltivare, molto più del cacciare, richiede regolarità del clima. Clima pazzo, raccolti perduti. Raccolti perduti, carestia, fame, guerre, migrazioni, malattie. Ed è su questo arcaico timore inconscio che fa leva l’ossessiva campagna mediatica sulla catastrofe climatica, dato che ormai gran parte popolazione mondiale vive in agglomerati urbani e l’unico rapporto che ha con la natura è quello virtuale. Tanto una volta i bambini crescevano compulsando enciclopedie sugli animali e osservandoli in natura non appena ne avevano occasione, altrettanto ora tutta la loro conoscenza è mediata da ciò che vedono su qualche schermo.

Dato che vivo in campagna da trentacinque anni, posso dire con certezza che un cambiamento del clima è certamente in atto, ed è stato molto repentino. Negli anni Novanta spesso la sera accendevo la stufa verso il 20 agosto, ora la data è sempre più vicina al periodo natalizio. Le api non effettuano più il riposo invernale e l’assenza di giornate di gelo permette il proliferare degli insetti, così come il caldo ormai africano delle nostre estati impedisce la germinazione delle piante, ne rallenta la crescita e, come è accaduto con le zucchine quest’anno, ne carbonizza i frutti. E non solo, vivo in una zona di alta collina un tempo attraversata da fresche brezze anche d’estate, tanto che facevo sempre volare gli aquiloni con i miei nipoti. Mentre ora l’aria è prevalentemente immobile. 

Il cambiamento dunque c’è, ma occorre ricordare che tutta la storia della terra e dell’evoluzione del vivente è stata segnata da stravolgimenti climatici. I ghiacci dell’Artico si sono espansi e ritirati un gran numero di volte nel corso di milioni di anni; nelle zone in cui abito – ne sono testimonianza i fossili – un tempo vivevano rinoceronti ed elefanti e ci fu un momento in cui l’espansione del babbuino, un animale non propriamente nordico, arrivava fino a Norfolk in Inghilterra. La stessa comparsa dell’uomo è stata favorita da un modificarsi delle temperature e, di conseguenza, dell’ambiente. L’idea che le stagioni debbano essere quietamente ripetitive è legata alla brevità delle nostre vite. L’essere umano vive sulla Terra il tempo di un battito di ciglia e da quel battito valuta l’immensità che lo circonda.

L’uomo e l’ambiente si sono sempre modificati a vicenda, ma solo con l’irrompere dell’antropocene, il rapporto si è unilateralmente sbilanciato. Abbiamo iniziato a considerate la Terra la nostra pattumiera, abbiamo pensato di sfruttarla secondo i nostri comodi, che sono spesso quelli della cecità e dell’avidità. Non abbiamo pensato che l’equilibrio di quella che potrei chiamare ‘l’intelligenza emotiva della Terra’ si sarebbe ribellata. 

Quello che però inquieta, in questa innegabile situazione di crisi, è la colpevolizzazione e il peso etico messo sulle spalle di ogni singolo essere umano, imponendogli, a volte., atti di salvezza che di ragionevole hanno assai poco. Il confine dell’etica si è spostato dal giudizio sul bene che abbiamo fatto nella vita – o, per lo meno, sul male che abbiamo evitato – all’impronta carbonica. È infatti l’impronta carbonica che lasciamo in eredità che ci salva o ci danna per sempre. Premetto, a scanso di equivoci, che la mia casa da venticinque anni va avanti a energia solare, che produco una buona parte di ciò che consumo in casa, perché ho l’orto, il frutteto, l’uliveto, le galline e un campo di grano; mi muovo raramente da casa, uso la bicicletta per spostamenti locali e ho una piccola auto ibrida. Dunque, in un ipotetico paradiso dell’impronta carbonica volerei immediatamente nell’empireo dei cherubini. E oltre a ciò continuo ad essere caparbiamente convinta che ciò che rende l’uomo davvero umano sia il saper discernere il bene dal male. Per questa ragione non posso che guardare con grande inquietudine alcune terapie che ci vengono prescritte per salvare il mondo. L’impatto sulle emissioni carboniche in Italia si pone tra lo 0,9 allo 0,7% di quello mondiale. In base a questo modestissimo dato ci vengono imposti rimedi che ci fanno sentire perennemente colpevoli mentre i grandi inquinatori – la Cina, l’India, gli Stati Uniti – non sembrano particolarmente orientati a cambiare il loro stile di vita.

Che dire, ad esempio, del cappotto termico? In un paese dal clima ormai tropicalizzato come il nostro che senso ha fasciare le case con un materiale che impedisce la traspirazione dei muri, creando sacche di umidità pessime per la solidità degli edifici e per la salute di chi ci vive dentro? Senza contare che, in un territorio ad alta sismicità come l’Italia- a Bruxelles devono averlo dimenticato – a ogni minima scossa di terremoto sarà necessario abbatterli per controllare se sotto si siano formate o meno delle crepe pericolose per la stabilità.

E le pale eoliche? Se nelle estese pianure della Danimarca, perennemente sferzate dal vento, questo metodo di energia rinnovabile può avere un senso – non bisogna rigettare il progresso – in un paese come l’Italia ormai privo di vento e custode di un patrimonio di bellezza ambientale e architettonica unica al mondo rischiano di essere un inutile scempio. Una pala produce energia, se lo fa, per venticinque anni. E dopo? Che ne sarà dello smaltimento, se mai ci sarà? Le pale rimarranno in testimonianza di un paese che ha venduto la sua primogenitura di bellezza per un piatto di lenticchie. E la primogenitura, una volta persa, non si può più recuperare. Le energie alternative, inoltre, sono legate comunque al tempo atmosferico e dunque la produzione non può offrire un’efficienza continua. Quanta energia producono le pale tristemente immobili disseminate sul nostro territorio? Sarebbe utile saperlo, per capire se il gioco vale davvero la candela. Per non parlare dei tanti troppi terreni agricoli trasformati in distese di pannelli fotovoltaici, pannelli che si potrebbero capillarmente sistemare sui centri commerciali, sui capannoni, sui garage, sulle aree di servizio e, naturalmente, sulla maggior parte dei tetti delle case. L’università della Tuscia ha condotto uno studio che dimostra il danno importante e duraturo che queste distese provocano alla fertilità della terra.
E infine, l’auto elettrica, utilissima nelle città congestionate se si ha la fortuna di possedere un garage con la ricarica, ma assolutamente folle se si decide di imporla a tutti mezzi di locomozione da qui a dieci anni, mentre non si fa mai menzione dell’ormai affollatissimo cielo in cui milioni di aerei scaricano quotidianamente i loro agenti inquinanti nell’atmosfera. 

Intorno al cosiddetto green si addensano importanti capitali e i molti soldi corrispondono a quello che in natura è molto cibo. L’abbondanza attira infatti molti commensali: dal consumatore primario al parassita che vive su di lui, e poi il parassita del parassita, e ancora il parassita del parassita… finché c’è cibo, c’è vita, e tutti cercano di approfittarsene. Le tante truffe che vengono con sempre più frequenza a galla intorno a questi ingenti affari ci parlano proprio di questo, che nulla a che vedere con il bene della comunità e dell’ambiente. 

Viviamo in un’epoca che ci propone grandi sfide e queste grandi sfide le potremo superare con reale buona volontà e con l’aiuto di una scienza che sia davvero tale e non un’ancella di forti poteri finanziari. Dato che il cambiamento climatico è in atto e sappiamo già quali sono le conseguenze – lo scioglimento dei ghiacci, la siccità, le inondazioni e via dicendo – possibile che non siamo in grado di mettere già in atto tutte le risorse tecnologiche e scientifiche che abbiamo a disposizione per mitigarne gli effetti? Costruzione di desalinizzatori, ad esempio, selezione di sementi capaci di crescere in ambienti avversi, utilizzo razionale dell’acqua anche attraverso la raccolta diffusa dell’acqua piovana. Inoltre, nel tempo, cambieranno anche le colture: già in Sicilia si coltivano frutti tropicali e non bisogna dimenticare che, a livello geopolitico, ci sono paesi come la Russia che, grazie a temperature più miti, saranno in grado di aumentare di molto le loro superfici coltivabili.
Cambiare e capire la realtà è la via per gestire con meno danni possibili questo rapido cambiamento. Lo stato di ansia destabilizzante che è stato gettato sulle singole persone non aiuta a trovare soluzioni razionali. L’ansia mina le vite, le rende inermi e facilmente manovrabili da chi ha il potere della comunicazione.
È forse giunto anche il momento di dire che non sarà ciò esce dai nostri scappamenti la causa della fine del mondo, ma ciò che esce dai nostri cuori. Cuori confusi, incapaci di vedere la realtà. Ci siamo convinti di essere i parassiti della terra, il grande passo da fare sarà quello di comprendere che ne siamo i custodi.
Le ultime scoperte della scienza sul mondo del vivente ci consegnano una realtà molto vicina a quella intuita dai mistici di ogni tempo. Tutto il mondo comunica, tutto il mondo è interconnesso. Dialogano gli alberi, i funghi, gli insetti, gli animali. Il vivere è praticamente un assordante dialogo legato a un’unica legge: il desiderio di continuare a vivere. Siamo gli unici a essere sordi a questo dialogo. È la nostra sordità il vero pericolo perché, quando non c’è amore per la vita né la volontà di comunicare per la costruzione, subentra automaticamente la forza della distruzione. 

21 marzo 2025 ( modifica il 21 marzo 2025 | 15:56)

Fonte: corriere.it

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