Combattere ancora


Se la protesta contro il green pass non può vincere nelle piazze e nei tribunali, comunque potrebbero esserci delle alternative.


Lo scollamento che si sta verificando a Trieste, dove non si capisce più nulla, tra portuali, “semplici” cittadini, portavoce, comitati, infiltrati, è abbastanza deprimente perché dà la misura di quanto sia difficile, da questa parte della barricata, organizzarsi per opporre al “nemico”, che invece è organizzatissimo e granitico, un’opposizione in grado di impensierirlo.

Né è possibile davvero pensare che la legge possa darci ragione. Ci sono difficoltà enormi, in quel percorso, e spesso insormontabili. Si comincia dalla difficoltà estrema di trovare un avvocato preparato e di cui fidarsi. Il sottoscritto c’è riuscito, alla fine, ma dopo mesi di ricerche.
Trovato l’avvocato, occorre poi trovare qualche compagno di avventura perché, viene detto chiaramente dall’avvocato di cui ci si può fidare, da soli ci sono molte meno probabilità di successo (oltre a costi più elevati).

Perché? Perché in questo paese la legge non funziona in modo omogeneo.
Se tu da solo non paghi il biglietto dell’autobus, non è che al controllore puoi dire “Eh, ma solo io non l’ho pagato, gli altri hanno pagato tutti… facciamo che siamo pace”. Stessa cosa se prendi una multa.
Invece, quando lo stato viola una legge, e tu vai in causa da solo, c’è il rischio che il giudice ti dica: “Eh, ma sei solo tu, cosa rompi le scatole… mica siete 1000… facciamo che siamo pace”.

Trovati i compagni di cordata, devi partire col procedimento, che (l’avvocato di cui ti fidi te lo dice subito) sarà lunghissimo, dispendioso e dall’esito più che incerto, visto che è assolutamente escluso riuscire a vincere in primo grado: al 99% (in un caso del genere) si dovrà arrivare al terzo.
Tra tempo, soldi e alea del dubbio, ce n’è per scoraggiare le tempre più ardimentose.

Se la protesta in piazza ha rischi sempre più grossi e quella giudiziaria sembra off limits… diventa tutto sempre più difficile. Da più parti, spulciando qua e là in rete, tra i vari gruppi Telegram, mi sembra di veder serpeggiare lo scoramento. Sembra emergere che di cose da fare non ce ne sono più e che possiamo semplicemente restare a guardare “le ruote che girano”, senza avere margini di intervento.

Personalmente sono pessimista di natura, e mai come adesso il mio pessimismo sta vivendo un periodo di grande compiacimento. Sto dedicando gran parte del mio tempo e delle mie risorse a studiare molto nei dettagli la fattibilità di un’emigrazione, cosa che mi sembra l’unica soluzione accettabile nel lungo periodo. Mi domando però, visto che appunto anche questa soluzione non sarebbe certo immediata, se invece non sarebbe opportuno dedicare una parte delle nostre risorse a cercare di continuare a combatterla, questa guerra, proprio nel breve periodo, trovando una strategia che provi a cambiare l’inerzia della questione.

È proprio la considerazione del tempo che mi fa riflettere. Il tempo ci gioca contro da una parte, a favore dall’altra e in questo momento – a mio avviso – il tempo “contro” è più veloce del tempo “pro”.

Il tempo “contro” è quello che, con ogni probabilità, farà sì che sabato a Trieste non si terrà nessuna manifestazione, visto che agitare lo spauracchio degli infiltrati ha colto nel segno. La paura che l’opinione pubblica, ormai ipnotizzata, ritenga i manifestanti responsabili di eventuali incidenti, potrebbe avere effetti molto più deleteri di quelli positivi che potrebbero scaturire da una manifestazione pacifica (e così facendo si riuscirà a impedire praticamente qualsiasi manifestazione).
E il tempo ci gioca “contro” anche per un altro problema: via via che i giorni passano, saranno sempre meno le persone che protestano attivamente (perattiva considero unicamente il non lavorare). Via via che passano i giorni sempre meno persone potranno “permettersi” di continuare a non lavorare e, in un modo o in un altro, dovranno cedere o totalmente (vaccinandosi) o parzialmente (ricorrendo al tampone).

Il tempo però ci gioca anche “a favore”. Me ne dolgo ma, se sono vere la maggior parte delle cose di cui siamo convinti “noi”, col passare del tempo e con l’aumentare delle dosi si vedranno sempre più chiari ed inequivocabili i danni causati dal vaccino.
Per non parlare poi di clamorosi autogol come quello recentemente segnato dall’ISS, che ha “candidamente” ammesso che, dei 130 mila morti “di Covid”, i morti realmente a causa di quella malattia sono circa 3.500.
È ipotizzabile che, sotto questo aspetto, ci potrà essere un numero sempre maggiore di persone che comincerà a porsi in modo critico rispetto alla narrazione “ufficiale”, e via via un numero maggiore di persone potrà decidere di passare “da questa parte della barricata”.

Ora, al momento il tempo “contro”, come detto, è molto più veloce del tempo “pro”.
La domanda è: vogliamo dedicare un po’ di energia e di risorse pensando a come fare per rallentare il tempo “contro” ed accelerare il tempo “pro”? Vogliamo arrenderci o vogliamo provare a vedere se non ci sia qualche tentativo da fare per provare a invertire le due inerzie?

Arrivo alla parte “construens” di questo pistolotto.

A mio avviso è indispensabile la “visibilità”. Al momento sembriamo essere veramente pochi. Ma da più parti, guardando con più attenzione, sembrerebbe che invece così pochi non siamo, che siamo solamente invisibili.
Bene. Secondo me occorrerebbe allora prima di tutto “darsi una contata”. Trovare un modo (una piattaforma web? Un “censimento”? Un atto formale? Non lo so, questo dovremmo studiarlo… un modo quale che sia) per contarci e per dire a noi, ma soprattutto al mondo, eccoci: siamo questi qui, e siamo tanti “così”.

E bisognerebbe (lo dico da sempre) coordinarsi, trovare un modo per riunire la miriade di canali e canaletti Telegram, per esempio, che divisi e frazionati non contano poi molto, ma che uniti e coordinati potrebbero essere molto più influenti, oltre a farsi più coraggio.

Se è vero, come molti di noi sono convinti, che la protesta attiva e silenziosa sia molto più marcata di quello che sembra… facciamola vedere, troviamo il modo di portarla alla luce, proviamo a renderla visibile.
E in questa operazione cerchiamo, ognuno di noi, attivamente, di prendere almeno due persone e di portarle dalla nostra parte e, una volta portate dalla nostra parte, convincerle a fare altrettanto. Lo so: è lo stesso “modus operandi” di… Herbalife, ma onestamente non mi sembra che le frecce al nostro arco siano tante di più, e comunque incoccare questa non ne esclude altre.
Non è una cosa facile, assolutamente. Personalmente non so neanche se riuscirei io a convincerle, due persone, a cambiare idea, ma è indispensabile, irrinunciabile, provarci.
Convincere le persone (non tutte: due ciascuno) e acquistare visibilità con un qualche strumento che ce ne possa dare (e che non sia “instabile” e pericoloso come la piazza).

Se non vogliamo alzare bandiera bianca subito, a strettissimo giro, secondo me sono due cose di cui non possiamo fare a meno.


Autore: Massimo Calisti

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